LA FAMIGLIA EVANGELIZZA

La famiglia evangelizza. A vent'anni dalla "Familiaris Consortio", a cura di Valter Danna (con la collaborazione di Cinzia e Aldo Panzia Oglietti), Effatà editrice, Cantalupa (Torino), 2002
Il testo La famiglia evangelizza è frutto del lavoro comune tra specialisti e coppie impegnate nella pastorale familiare che, coordinate dall'Ufficio per la pastorale della famiglia dell'Arcidiocesi di Torino, hanno dato vita ad un significativo convegno nel novembre 2001 (a vent'anni dalla promulgazione della Familiaris Consortio). Il materiale di tale convegno (relazioni e lavori di gruppo) è stato riorganizzato in questo testo (curato da don Valter Danna, direttore dell'Ufficio famiglia di Torino, con la collaborazione di Cinzia e Aldo Panzia Oglietti) che si offre come una proposta di nuove prospettive per rendere la famiglia soggetto attivo nella Chiesa e nel mondo sociale e politico.
Le varie relazioni offrono una interessante e puntuale riflessione a tutto campo, sia sulla famiglia all'interno della vita della Chiesa (il suo ruolo nell'evangelizzazione odierna, la preparazione al matrimonio, i gruppi famiglia, la spiritualità familiare, famiglia come risorsa nella parrocchia), sia sulla famiglia come soggetto educativo, sociale e politico (la genitorialità; problemi di affidamento, adozione e condivisione delle responsabilità familiari; famiglie in crisi; le politiche familiari; scelte lavorative e professionali per la famiglia; famiglia e nuove povertà).
In appendice al volume, una serie di agili schede su ciascuna delle tematiche presentate contenenti le riflessioni più significative emerse nei gruppi di lavoro del convegno citato, alcune proposte operative (possibili piste di una pastorale concreta), alcune domande riguardanti una progettazione di itinerari pastorali e approfondimenti tematici (letture e siti Internet consultabili). Queste schede sono un utilissimo materiale anche per il lavoro e la discussione nei gruppi famiglia, in quanto offrono abbondanti riflessioni per un confronto e una seria formazione pastorale.
L'Ufficio per la Pastorale della Famiglia dell'Arcidiocesi di Torino, attraverso il Gruppo Giuseppe di Nazaret, composto da famiglie affidatarie e adottive, ha promosso una serie di convegni e seminari tesi ad approfondire la solidarietà tra famiglie e la testimonianza del Vangelo della Carità. Il secondo libro che presentiamo, La Famiglia solidale, è nato dalle esperienze vive e concrete delle famiglie presenti in quegli incontri.
Il libro, curato dal Valter Danna e da Giuseppina Ganio Mego, pubblicista e animatrice del gruppo delle famiglie affidatarie e adottive, mette in evidenza uno stile di vita familiare aperto al dono, alla solidarietà, alla condivisione delle responsabilità e alla cittadinanza attiva. Nell'attuale contesto sociale impregnato di individualismo, superficialità, egoismo, un tale stile di vita può svolgere un'azione di aiuto e sostegno, ma soprattutto di prevenzione del diffuso disagio familiare. Il collegamento tra la Parola di Dio, l'insegnamento del magistero ecclesiale e la coscienza attenta alla voce del cuore emerge dalle testimonianze offerte in quattro ambiti: solidarietà tra famiglie intesa come condivisione delle responsabilità educative, affidamento familiare, adozione, vita dei gruppi famiglia. Ogni serie di testimonianze è preceduta da una riflessione sul tema e seguita da alcune sottolineature e domande.
Le linee di pastorale familiare e la puntualizzazione di alcune documenti della Chiesa ufficiale, formano il contenuto della prima parte del libro, indicano la strada alle famiglie e le sorreggono nel cammino formativo e di condivisione delle responsabilità familiari e civili. Il testo offre inoltre tre schede tematiche su solidarietà, affidamento ed adozione e sette schede per l'animazione dei gruppi famiglia: sono strumenti per accompagnare le famiglie nel cammino dall'ascolto della Parola di Dio alla testimonianza del suo amore. Impegno che ogni famiglia responsabilmente assolve nel collaborare alla costruzione del tessuto sociale e che può essere reso più facile se confrontato e condiviso nel gruppo famiglia.
Questi due sussidi vengono proposti dall'Ufficio famiglia dell'Arcidiocesi di Torino ed offerti alle Comunità Parrocchiali, particolarmente a quelle che svolgono, a partire dall'anno pastorale 2002/2003, la Missione adulti e giovani coppie e successivamente usufruibile anche nel dopo-missione per mobilitare energie pastorali nuove e creative, sperimentazioni coraggiose, solidarietà e disponibilità delle famiglie e delle comunità ai bisogni di tutti coloro che soffrono i mali di una società spesso distratta ed egoista. Se le preoccupazioni e previsioni pessimistiche diventassero impegno pastorale, la speranza avrebbe già sostituito la sfiducia.

Mons. Renzo BONETTI
responsabile del progetto "Parrocchia-famiglia"
Ufficio nazionale della C.E.I. per la pastorale della famiglia



LA FAMIGLIA SOLIDALE


INTRODUZIONE (di don Valter DANNA)
al libro "La famiglia solidale" (a cura di V. Danna e G. Ganio Mego)

L'Ufficio per la pastorale della Famiglia della Diocesi di Torino, attraverso il Gruppo "Giuseppe di Nazaret", composto da famiglie affidatarie e da famiglie adottive, ha promosso nel corso degli anni 1996-1999 una serie di attività di riflessione e studio, convegni e seminari, allo scopo di approfondire e focalizzare il tema della solidarietà tra famiglie e la testimonianza del Vangelo della Carità. Tale attività ha posto in evidenza le molteplici forme di solidarietà che le famiglie possono mettere in atto, in quanto luoghi di umanizzazione e sorgenti di valore e di responsabilità. Tra queste ci sono certamente, ma non solo, l'affidamento e l'adozione. Tutto ciò è stato un contributo prezioso per aprire la pastorale della famiglia oltre che a questi temi specifici, anche alla reciprocità, alla comunione e alla solidarietà concreta tra famiglie.
C'è, tuttavia, a monte anche la necessità di prevenire il disagio familiare e la riflessione del gruppo nel suo svolgimento ha portato a comprendere più a fondo che il compito primario della famiglia è quello di essere soggetto che educa all'amore e alla gratuità del dono e così testimonia, direttamente o indirettamente non importa, l'Amore che Dio ha per ciascuno essere umano. Con queste convinzioni, il Gruppo si è messo a disposizione delle varie realtà ecclesiali locali e aggregative sia recandosi, su invito, nelle loro sedi, sia offrendo la reperibilità per scambio di informazioni e riflessioni, sia offrendo consulenza per l'attuazione di una concreta solidarietà familiare.
Si sono preparati alcuni agili strumenti (ad esempio, opuscoli e schede per i gruppi) su tali temi, sulla base dei principi e delle convinzioni su esposte, da offrire alle famiglie, alle parrocchie, ai gruppi, alle associazioni e ai movimenti ecclesiali. Si tratta di strumenti non tanto teorici, bensì piuttosto frutto dell'esperienza diretta di gruppi di famiglie. Molte testimonianze nel vissuto quotidiano sono state raccolte, stampate e utilizzate perché la voce diretta delle famiglie portasse un contributo significativo ad una Pastorale realistica e aderente alla vita quotidiana, nella quale ogni credente è chiamato a incontrare il Signore e a santificarsi attraverso la Comunione con Lui e con il prossimo. Tutto questo ha permesso la promozione in tante famiglie della consapevolezza di essere Chiesa, e anche uno stile di vita improntato più profondamente alla comunione e alla crescita nella cittadinanza attiva anche attraverso la partecipazione ad associazioni familiari.
Ora, tutto il materiale prodotto e le riflessioni connesse vengono raccolte e offerte in questo libro. È un testo che intende mettere in evidenza uno stile aperto al dono disinteressato e gratuito. In esso convergono e s'intrecciano i riferimenti alla Parola di Dio, all'insegnamento del Magistero ecclesiale, alla coscienza umana attenta alla voce del cuore e si offrono significative testimonianza presenti in quattro ambiti fondamentali: la solidarietà tra famiglie intesa come condivisione delle responsabilità educative, affidamento familiare, adozione, vita dei Gruppi-famiglia.
Una riflessione più teorica a fondamento della prassi viene esposta nel primo capitolo, dove la puntualizzazione di alcuni documenti della Chiesa e l'esposizione di alcune linee di pastorale familiare indicano la strada alle famiglie e la sorreggono nel cammino formativo e di condivisione delle responsabilità educative e di cittadinanza attiva.
Le testimonianze riportano la vita della famiglie, le quali, a partire dalla consapevolezza di essere Chiesa, svolgono la loro missione attuando la Carità /comunione sia tra i membri della famiglia, sia nella comunità cristiana e sociale. Ogni serie di testimonianze è preceduta da una riflessione sul tema e seguita da alcune sottolineature e domande.
L'ultimo capitolo comprende anche sette schede per l'animazione dei Gruppi-famiglia. Sono uno strumento di accompagnamento nel cammino dall'ascolto della Parola di Dio alla testimonianza del Suo amore. Un tale impegno, che ogni famiglia si assume responsabilmente nel collaborare alla costruzione del tessuto sociale, può essere reso più facile e fruttuoso se viene proposto, confrontato e condiviso nel Gruppo-famiglia.
Si tratta, pertanto, di un testo che offre una testimonianza e una serie di sussidi pastorali utilissimi nei gruppi e pertinenti anche a tutte le attività collegate con il Piano pastorale della nostra Diocesi e, in particolare, con la Missione rivolta agli adulti e alle giovani coppie che verrà gradualmente attuate nei quattro Distretti diocesani.

I curatori del volume:

· DANNA VALTER, sacerdote della diocesi di Torino, ordinato nel 1984, direttore dell'Ufficio diocesano per la Pastorale della Famiglia di Torino e docente di Filosofia Teoretica alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, sezione di Torino.

· GANIO MEGO GIUSEPPINA, assistente sociale, pubblicista, consigliere onorario di Corte d'Appello sezione minorenni di Torino, collaboratrice dell'Ufficio Famiglia della Diocesi di Torino (Gruppo Giuseppe di Nazaret), coordinatrice di Corsi formativi per centri d'ascolto della Caritas diocesana di Torino e membro della Caritas nazionale (formazione Centri d'ascolto).




SEPARATI DA CHI?


INTRODUZIONE (di don Valter DANNA*)

Mi pare importante prendere le mosse da una precisazione. I documenti della Chiesa distinguono tra situazioni matrimoniali difficili (coppie in crisi, separati, divorziati non risposati) e situazioni "irregolari" (divorziati risposati civilmente, conviventi e battezzati sposati solo civilmente, anche se qui ci riferiamo solo ai primi). L'irregolarità è da intendersi rispetto alla totalità di comunione che lo Spirito vuole vivere in noi e che il sacramento del matrimonio vuole conferire.
Usiamo questo termine, perciò, senza alcuna intenzionalità valutativa e di giudizio sulla soggettività eventualmente colpevole o sulla situazione di peccato. E' la Chiesa stessa che lo dice, quando, mentre è chiara sui principi, con la stessa forza vieta ogni tipo di giudizio e di condanna sulle persone in queste situazioni, anzi propone per loro un cammino verso la salvezza e una collocazione nella comunità cristiana come soggetti inseriti nella Chiesa e capaci di dare qualcosa a tutti gli altri.
Nello stesso tempo, siamo anche consci che alcune parole portano con sé un carico simbolico e affettivo che le connota positivamente o negativamente al di là dei loro valore semantico. Forse un ripensamento linguistico per una comunicazione più efficace sarà da realizzare.
L'Ufficio per la pastorale della famiglia dell'Arcidiocesi di Torino ha condiviso con l'associazione "Spazio Genitori" un progetto che nella sua completezza prevede un cammino di tre anni intorno al problema separazione/divorzio. Il convegno di cui questo volume riproduce i materiali più significativi ha costituito l'apertura del cammino nella sua prima tappa (primo anno). Tuttavia, per chiarezza, possiamo partire dal fondo, dall'obiettivo di realizzare una pastorale diocesana organica per le situazioni difficili e irregolari, obiettivo oggi senz'altro disatteso in quasi tutte le diocesi italiane per la difficoltà di trovare modalità appropriate di approccio al problema, prima ancora che di realizzazione.
Nel terzo anno di questo progetto l'obiettivo sarà di raggiungere le persone che vivono in situazione difficile (persone separate o divorziate non risposate) o "irregolare" (persone divorziate e risposate civilmente), offrendo loro una proposta concreta e attuabile. Ossia, la costituzione di gruppi di auto/mutuo aiuto nei quali possano personalmente camminare e crescere dal punto di vista cristiano, vivendo una reale comunione con altri fratelli nella fede e con altri gruppi famiglia nella linea dell'integrazione ecclesiale.
Questo obiettivo sarà preparato, nel secondo anno, dalla istituzione di spazi pastorali per capire, attraverso l'ascolto, la realtà di sofferenza e di fatica delle persone in situazione difficile o irregolare, per formare operatori che possano accompagnare in questo cammino singoli e gruppi (di cui sopra). Il cammino che vogliamo compiere non è per i separati e divorziati, ma è insieme con loro. L' obiettivo del primo anno (che corrisponde all'anno pastorale 2002/2003) - e questo convegno ne è un primo strumento - è quello di sensibilizzare la comunità cristiana e civile (Chiesa e società, fedeli e famiglie, in particolare sacerdoti e operatori pastorali) nei confronti di coloro che vivono situazioni matrimoniali difficili o irregolari. Infatti, per un insieme complesso di cause (impreparazione, pregiudizi, paure...), ci pare che molti cristiani (praticanti e non) vivano un forte disagio di fronte a persone e famiglie in situazioni difficili e irregolari e con il loro atteggiamento finiscano per favorire in esse un pericoloso senso di solitudine e di isolamento, anche per quanto riguarda la difficoltà concrete del quotidiano. Spesso la comunità cristiana è latitante nei confronti di chi sta vivendo un tempo coniugale problematico e di crisi e, quando si è ratificata la separazione o il divorzio, tale comunità riappare, agli occhi di queste persone, solo per dire dei "no". Ma lo stesso tormento si ripresenta spesso anche nell'ambito della società civile, quando si devono affrontare consulenti, avvocati e giudici, colleghi di lavoro, insegnanti dei figli, genitori invadenti e parenti malevoli che non fanno che aumentare le amarezze e il disorientamento di chi già sta affrontando un drammatico momento della propria vita.
La scelta di iniziare il nostro progetto con un convegno è maturata lentamente e con ponderazione, ma esso ci è sembrato un'occasione importante per raggiungere due obiettivi.
Il primo obiettivo è la sensibilizzazione della comunità cristiana, preparandola così all'incontro accogliente e alla creazione di vera comunione (che non vuol dire confusione) con i separati e divorziati. Si tratta di offrire un'opportunità di riflessione, a partire dall'osservazione della realtà, che contribuisca alla costruzione di una mentalità non giudicante né colpevolizzante, attenta ai primi segnali della crisi familiare in un'ottica di prevenzione, concretamente solidale nelle strategie da mettere in atto sia per prevenire la crisi, sia per attenuare la sofferenza connessa alla separazione, al divorzio e alla ricostruzione di un nuovo nucleo familiare, nell'interesse in particolare delle parti più deboli (soprattutto i figli minori).
Il secondo obiettivo è l'apporto/contributo di idee e persone alla pastorale familiare. Infatti, il convenire permette di entrare in contatto anche con tante persone che sono potenzialmente interessate al tema e quindi forse disponibili ad una formazione per l'accompagnamento in questo settore(vedi obiettivo del secondo anno).Sarebbe bello trovare molti operatori interessati a partecipare all'intero progetto.
Accanto agli obiettivi, ci sono i destinatari: i fratelli e le sorelle che vivono una situazione "irregolare" e che sono disponibili ad incontrarci e a lavorare con noi; i sacerdoti che si pongono nell'ottica pastorale di lavorare in questo campo, individuando mezzi e strumenti adatti a realizzare l'invito della Chiesa e sforzarsi senza stancarsi di mettere a disposizione dei divorziati risposati i mezzi della salvezza [2] ; tutti i fedeli laici perché si mettano alla ricerca di una modalità per creare profonda comunione di vita, sullo stile dei discepoli di Gesù (da questo ci riconosceranno: dal fatto di "amarci gli uni gli altri").
L'accoglienza dei vari destinatari permette di dire una parola sulla diversità dei compiti e ruoli nella Chiesa, per non operare confusioni che non giovano a nessuno. C'è il servizio del Magistero della Chiesa, che deve mettere a fuoco i punti di riferimento evangelici circa la completezza della comunione con Cristo che il matrimonio cristiano è chiamato a testimoniare. Ci sono i pastori delle comunità cristiane, i quali (guidati dallo Spirito) esercitano il loro compito di discernimento in vista di fornire a ciascuna pecora l'erba più idonea a farla crescere e irrobustirla. C'è, infine, la comunità dei fedeli laici, la quale ha pure il suo ruolo che non è quello di spendere del tempo per misurare la distanza che intercorre tra la legge e i fratelli o la capacità delle pecore compagne di viaggio per vedere in quanto tempo saranno in grado di raggiungere l'ovile. E' piuttosto il compito dell'accoglienza, del sostegno anche concreto, dell'amore non giudicante, poiché il cuore del Padre ci affida gli uni agli altri, non per misurarci reciprocamente nella distanza dalla legge, ma perché ci sosteniamo nel cammino di avvicinamento alla piena unione con Lui. Questo compito faciliterebbe certamente anche l'impegno dei pastori.
Se ci fosse questa comunione fatta di accoglienza, sostegno, amore, attenzione, non giudizio, partecipazione alle sofferenze e alle difficoltà, forse ci sarebbe meno polemica rispetto alla riconciliazione e alla comunione sacramentale (non è fruttuoso e nemmeno utile concentrarsi sempre solo sull'esclusione dai sacramenti e dimenticando tutto il resto dei discorso) e forse tutti noi perderemmo un po' di quella superficialità con cui spesso ci accostiamo ai sacramenti. Il superamento di una certa diffusa mentalità legalista e la conversione al modo di ragionare del Dio rivelato nelle parabole di Gesù (pensiamo al padre misericordioso, al buon samaritano e ad altre immagini che Gesù usa nel Vangelo), potrebbero aiutare anche i pastori a facilitare il loro compito mediante la creazione di quel clima e quell'accoglienza che sta alla base di una vera comunione, quella che Gesù ha implorato per tutti i suoi nell'ultima cena, quella che è poi il fine ultimo di qualsiasi azione pastorale.
La pastorale della famiglia e, in particolare, delle situazioni matrimoniali difficili e irregolari, come ogni pastorale, comporta sempre la duplice dimensione di evangelizzazione e di promozione, come osservava acutamente il cardinale Anastasio Ballestrero, di venerata memoria, più di vent'anni fa: "Proprio perché la visione della famiglia cristiana è il punto di partenza di tutto il nostro impegno, è inevitabile che si ponga attenzione ad una visione della famiglia qual è [ ... ]. Siamo ancora nella dinamica dell'incarnazione che deve emergere: tra l'ideale della famiglia cristiana e la realtà della famiglia cristiana ci sono gradazioni di incompiutezza e, qualche volta, anche di aberrazione, di divaricazione, che non possono essere sottovalutate [ ... ]. Ma bisogna fare attenzione al significato cristiano dell'evangelizzazione, è un avvenimento di incarnazione: nell'annuncio evangelico non c'è soltanto la discesa delle cose celesti" tra gli uomini, ma c'è anche la valorizzazione delle cose terrestri, quella che si chiama oggi la "promozione". La promozione fa parte dell'evangelizzazione, non è un'altra cosa [ ... ] è un momento dell' evangelizzazione, a cui bisogna prestare attenzione"[3].
Promozione è certamente l'aiuto preventivo dato alle coppie e alle famiglie in difficoltà perché possano vivere positivamente eventuali crisi; promozione è un'adeguata preparazione dei giovani e dei fidanzati all'amore e alla vita, alla vita di coppia e alla genitorialità responsabile; promozione è saper valorizzare l'amore umano autentico vissuto anche all'interno delle coppie "irregolari" come apporto costruttivo nell'esistenza delle persone coinvolte; promozione è anche l'aiuto offerto agli "irregolari" per evitare il baratro della solitudine o del risentimento, attraverso l'accoglienza e il sostegno di fratelli che incarnino una comunità cristiana realmente disponibile e aperta. Tutto questo, se è vera la logica dell'incarnazione, è già spazio disponibile all'evangelizzazione. E il seme della Parola di salvezza può allora trovare un terreno fertile e protetto dove cresce e produce ora il trenta, ora il sessanta, ora il cento per uno.
In conclusione, il lavoro che rifluisce in questo volume vorrebbe aprire una strada che tutti insieme possiamo e dobbiamo percorrere, una strada che coglie nelle indicazioni del Magistero e della Chiesa tutte le possibilità e gli inviti a far sì che realmente le persone separate o divorziate si sentano parte della Chiesa. Senza mai venire meno alla piena fedeltà al nostro unico Maestro, cerchiamo e interroghiamoci insieme e incessantemente sulle modalità e opportunità di un cammino che offra il massimo della grazia e della apertura alla salvezza, che individui a ciascuna pecora dell'unico gregge, per il quale Cristo ha dato la vita, l'erba più opportuna perché si possa adeguatamente nutrire e rinforzare nel cammino verso quel Regno dal quale il Padre non vorrebbe escludere nessuno.

. * Direttore dell'Ufficio per la pastorale della famiglia dell'Arcidiocesi di Torino.
[1] Convegno "Separati da chi? Separati e divorziati: i cristiani si interrogano", Leumann (TO), 16 novembre 2002.
[2] Cfr. GIOVANNI PAOLO 11, Familiaris consortio, n. 84.
[3] "Rivista Diocesana Torinese", 6 (1980).


DUE CUORI, UNA CHIESA


INTRODUZIONE (di don Valter DANNA*)

Con questo strumento la nostra diocesi offre ai sacerdoti, ai diaconi e a tutti gli operatori e animatori pastorali (religiosi e laici) che si occupano di pastorale familiare una riflessione articolata sulla cura pastorale dei fidanzati e in particolare circa la loro preparazione immediata non solo alla celebrazione fruttuosa del sacramento del matrimonio, ma anche e soprattutto alla vita cristiana della coppia e della famiglia nel matrimonio: ciò è sottolineato fin dal sottotitolo del libro. Vogliamo infatti ribadire che, se gli incontri dei fidanzati che intendono "sposarsi in chiesa" sono una preziosa occasione per evangelizzare e ri-accogliere tanti che forse non praticano quasi più nulla della vita cristiana, questi incontri con il loro clima di accoglienza e di serenità dovrebbero preludere, come si insiste nel testo, ad un'attenzione strategica della chiesa, delle comunità parrocchiali in particolare, alle giovani coppie di sposi per accompagnarle nei primi e più difficili anni di costituzione della propria famiglia.
Il sussidio è nato dalla collaborazione qualificata di sacerdoti e coppie esperte nel settore, è il frutto di quasi due anni di studio, lavoro e sperimentazione. È stato dato in mano a un certo numero di parroci e sacerdoti distribuiti nella diocesi per territorio e differenziata esperienza pastorale e teologica: raggiungere tutti i parroci avrebbe richiesto un tempo troppo lungo. Esso si compone di una prima parte di carattere teorico e pastorale sulla situazione socio-culturale di oggi, sui giovani che partecipano alla preparazione, sugli obiettivi, i contenuti, la metodologia, la formazione degli operatori e l'avvio dei gruppi famiglia. Questa parte contiene anche alcune indicazioni normative per rendere sempre più omogenea e condivisa la preparazione dei fidanzati: si tratterà di attuarla in via sperimentale in questi anni e di verificare insieme con i parroci le prospettive offerte nel percorso.
Nella seconda parte, il testo contiene alcune appendici e sussidi per gli incontri: un commento pastorale sulla celebrazione del rito, brevi riflessioni psicologiche sul rapporto di coppia, alcune considerazioni etico-teologiche sull'amore e ben dieci schede esemplificative per gli incontri con i fidanzati. I temi di queste schede: la parola si fa amore (il dialogo), il perdono nella coppia e la relazione con le famiglie di origine, affettività e sessualità, la fede cristiana, la Chiesa e il mistero nuziale, il sacramento del matrimonio, paternità e maternità responsabili, famiglia e società, il progetto di coppia, un ritiro spirituale sulla formula del matrimonio.
La parte di impostazione pastorale contiene una serie di riflessioni ponderate sulla nostra situazione e l'attuabilità di una percorso formativo realistico; la seconda parte (soprattutto le dieci schede) è un aiuto da adattare liberamente alla propria realtà pastorale, non ha la pretesa di essere né esauriente, né normativo per nessuno.
Questo testo è uno dei frutti che accompagnano il cammino delle missioni e curano soprattutto il "dopo", l'ordinario cammino delle comunità cristiane. È importante offrire come diocesi un percorso a cui tutti in qualche modo si ispirino apportando poi tutte le proprie osservazioni, correzioni, aggiunte e critiche, poiché nella pratica pastorale non ci sono né dogmi, né assiomi incontrovertibili, bensì intuizioni felici e sperimentazioni più o meno azzeccate.
Per far conoscere questo testo diocesano sono previste quattro serate di presentazione, una per ciascuno dei quattro distretti della diocesi, in cui il vicario per la pastorale Mons. Giacomo Lanzetti e il sottoscritto, estensore e curatore del volume, illustreranno il testo e il suo utilizzo negli incontri con i fidanzati.


CONVEGNO DI VINOVO del 14 febbraio 2004


Saluto del Cardinale Poletto

Con il mio saluto voglio dare un piccolo contributo e mi auguro che viviate proficuamente questa giornata di convegno. Questa assemblea di coppie di sposi e genitori di questo distretto sta vivendo e celebrando la missione diocesana sulla famiglia. Ho finito da poco una visita pastorale in un gruppo di parrocchie sparse in mezzo alle colline e ho sentito molto parlare dei problemi della famiglia. Dobbiamo stare attenti di non perdere la risorsa grande di essere portatori della buona notizia dei vangeli nel matrimonio. Si può dire che, partendo da un'analisi socio-religiosa delle famiglie di oggi, se ne deduce che la situazione è disastrosa.
All'inaugurazione dell'anno giudiziario a Palermo, il tribunale ecclesiastico regionale ha segnalato che su 10 matrimoni, 6 falliscono nei primi 3 anni. Un altro dato riguarda Milano, la grande Milano cattolicissima, dove ormai i matrimoni civili superano quelli religiosi. Anche a Torino i matrimoni civili sono superiori, mentre l'anno scorso erano alla pari. Un altro dato riguarda la percentuale dei separati tra le coppie sposate in chiesa: sono circa il 30/40 per cento e pare ancor di più in alcune regioni vicino a noi (Valle d'Aosta e Liguria).
Passando quindi a parlare dei corsi di preparazione al matrimonio, voglio sottolineare il titolo del volume di Don Valter Danna, direttore del nostro ufficio: "Percorso per la preparazione dei fidanzati alla vita cristiana nel matrimonio", non "..al matrimonio" semplicemente. E' una cosa diversa: "vivere tutta la vita da cristiani nel matrimonio". Un parroco vicino a noi ha fatto un corso di preparazione alla vita cristiana nel matrimonio: su 15 coppie 10 già convivevano. Ora se diciamo queste cose oggi a questo convegno (e vanno dette), stiamo attenti a non dimenticarci di un'altra realtà. Noi siamo i grandi missionari della famiglia cristiana, grandi perché c'è lo Spirito Santo con noi, perché con noi c'è Gesù Cristo che ha fondato la sua Chiesa e l'ha voluta come lievito nel mondo. Se la pasta va deteriorandosi, mettiamoci dentro del lievito buono: il buon lievito che dobbiamo essere noi.
Adesso io guardo a voi con tanta compiacenza e tanta gioia e mi sento il cuore ricolmo di speranza. Guardando i disastri che ci sono oggi nelle famiglie con le separazioni e il riflesso sui figli dispersi che non vedono il padre, non vedono la madre, sono strattonati un po' qua un po' là e guardando a voi, penso che basterebbe una famiglia autenticamente cristiana nella realtà di un paese. Questa famiglia potrebbe essere trascinatrice e il suo stile cristiano potrebbe essere il pugno di lievito, se non addirittura il granellino di senape: se ci piangiamo addosso, ci diciamo che siamo pochi, non combiniamo più niente e la gente non segue. Esaminiamo quindi quale deve essere lo spirito vero della nostra missione. Non dobbiamo cercare di realizzare qualche adunata generale, ma dobbiamo cercare la capillarità dove il cristiano, presente, è convinto del messaggio e della ricchezza che gli dà il matrimonio. La grandezza di questo messaggio è quella di passare la vita insieme e la vita è arricchita dalla grazia del sacramento. Questa è la missione del cristiano che ha scoperto questo valore e la missione non è aspettare qualcuno che viene a qualche riunione, ma andare nelle famiglie a portare il seme proprio a tutti, anche a quelli che non vengono in chiesa. Si deve fare questo a livello parrocchiale testimoniando anche che la vita cristiana non è senza liti, senza difetti, senza peccati, senza debolezze, senza fallimenti, ma la vita cristiana è seguire Gesù.
Chi ha scoperto questa ricetta non la tiene per sé, ma la partecipa agli altri. Così dovrebbero fare tutte queste famiglie che ho davanti, formate sicuramente da sposi convinti, generosi, impegnati e con voglia di fare. Andando a parlare nelle comunità avrebbero tanti discorsi da fare con la società civile e avendo scoperto il tesoro non lo tengono per sé: così sareste tutti missionari con la testimonianza e con l'esempio. Non si deve essere pessimisti e pensare che la Chiesa è in crisi, perché nella Chiesa c'è Gesù Cristo. Il Signore non è morto sulla croce per fallire, noi possiamo essere portatori di fallimenti, ma Lui che è il figlio di Dio, no.
Vi auguro che questa sia una giornata che vi carica di entusiasmo, un entusiasmo che nasce dalla convinzione profonda che il Signore è con noi. Cari sposi, ricordatevi che la cosa più preziosa che avete nella vostra famiglia è l'amore; ma non la banalizzazione dell'amore che si sente fare per radio, per televisione o sui giornali per san Valentino. L'amore è una cosa grande e allora veramente la famiglia è la cassaforte dei valori più grandi. Quando in una famiglia sembra che il mondo possa crollare addosso, le persone si accorgono che il mondo non può metterli in crisi, perché nella famiglia si sentono amate, accolte anche quando sbagliano, e allora tutto diventa più facile. Il problema è che dobbiamo essere sempre disponibili a ripartire da capo.
Dicevo in un'omelia il giorno di San Giovanni Bosco a Maria Ausiliatrice: "Che cosa farebbe Don Bosco se tornasse nel 2004 a Torino, con la sua fantasia, con la sua creatività, con i suoi carismi?". Inventerebbe un oratorio per i genitori perché il problema parte di lì. Se oggi la famiglia ha bisogno di essere valorizzata è perché davvero nel suo ceppo iniziale, che è la coppia (i due che diventano una carne sola), non si è realizzato il progetto di Dio: bisogna provvedere. Poiché voi siete tutte persone che in questo cammino siete impegnate, vi chiedo di non aver paura di avvicinare gli altri e dimostrare di essere entusiasti. Essere cristiani è bello, essere famiglie cristiane è stupendo!


Relazione di Francesco Belletti: "La coppia nella società"

Il mio scopo è quello di inserire in questa riflessione un punto di vista un po' più laico, un po' meno dentro l'ambito della pastorale. Il mio punto di vista considera come la coppia è oggi collocata nella società, allargando la riflessione anche a chi non appartiene al nostro mondo, quindi dovrò procedere all'analisi della coppia.
Non dobbiamo pensare che i cattolici siano diversi dagli altri: nelle condizioni di coppia i fidanzati, i genitori, gli adolescenti vivono gli stessi problemi. Venendo alla festa di san Valentino di oggi, si deve dire che ha un significato molto forte. E' un santo della Chiesa e tra l'altro è anche il protettore della città di Terni che oggi sta vivendo delle giornate abbastanza drammatiche per questioni lavorative. Inoltre, a proposito della figura di san Valentino, mi piace ricordare che egli si era fatto promotore di un'iniziativa per garantire una dote alle spose che non l'avevano.
Dobbiamo riflettere che la questione lavoro ha un'importanza decisiva nell'economia della coppia. Nel mio lavoro ho cercato di mettere insieme la comunicazione fatta dalla rivista Famiglia Cristiana con l'approfondimento scientifico per quanto attiene soprattutto alla psicologia. Nella famiglia si vive di soldi, di amore, di relazioni tra le persone, di silenzi, di comunicazione, di rapporti con il vicinato. Entrando quindi nel merito della questione, si deve tener presente un punto di vista molto ampio.
Esaminando la coppia nella società contemporanea, si nota che si perde un po' la relazione tra la centralità della coppia e l'attualità del familiare. Possiamo dire che la coppia è la sorgente e l'origine dei percorsi familiari. Ogni famiglia nasce dai componenti della coppia che si cercano, si scelgono, si guardano in faccia e dicono: "Facciamo un pezzo di vita insieme". Questo almeno per ora.
L'intenzione di ogni cristiano, ma in fondo di tutti, è la richiesta all'altro di fare un accordo di lunga durata e di farsene carico reciprocamente nella buona e nella cattiva sorte, assumendo un impegno forte: non un accordo a responsabilità limitata. Due persone si prendono, si sposano e fanno coppia con un progetto di vita insieme. Ma poi si genera una crescente fragilità che porta ad una distanza tra le persone. La coppia moderna non è più solo quella che gestisce la propria famiglia, perché ci possono essere figli che hanno 3-4 genitori a cui fare riferimento e ci possono essere i figli del nuovo matrimonio. Per cui il riferimento alla famiglia è meno importante e meno forte di una volta e genera difficoltà all'interno della coppia.
L'origine della coppia viene dall'innamoramento. Alcuni dati sociologici segnalano che sempre più in questi ultimi anni le persone si scelgono e si sposano per gruppi omogenei. Questo fenomeno di omogeneizzazione nasce dal fatto che le persone hanno poche occasioni di incontrare persone veramente diverse: e allora ad esempio operai con operai, ragazzi dello stesso luogo. Le persone fanno fatica a trovare le persone, quindi diventa difficile la mescolanza. Qualche mese fa sono stato intervistato sulle agenzie matrimoniali che oggi sono diventate un fenomeno gigantesco. Una della motivazioni addotte dagli utenti di queste agenzie matrimoniali è la mancanza di tempo di cercarsi e di trovarsi un partner: hanno una vita talmente impegnata che sentono la necessità di delegare questa cosa. Per scegliere una vacanza spesso si va in un'agenzia turistica e quasi diventa naturale che per scegliersi il partner, ci si rivolga a qualcuno che fa questa scelta per conto nostro a titolo professionale: quindi banche dati, schede delle persone, ecc. E' veramente paradossale che la scelta dell'altro con cui condividere la vita venga affidata ad altri. Da questo discende il massimo della razionalizzazione, dell'ingegnerizzazione del matrimonio.
Molti ragazzi hanno una relazione con l'amore che è diventata una sensazione solo di pelle. Il senso dell'innamoramento trova giustificazione e capacità di stabilizzazione nel fatto che il matrimonio duri. Anche per i matrimoni che durano 50-60-70 anni non si riesce a spiegare perché durino. Oggi gli innamorati hanno difficoltà a comunicare tra loro che il sentimento di amore è una cosa ragionevole e naturale. L'origine della coppia ha una grande fragilità per la condizione dei giovani di oggi.
Si parla spesso di adolescenza interminabile, di giovani adulti che non crescono mai, non solo quelli che restano a casa fino a 35 anni, ma anche quelli che restano a casa perché sono fragili psicologicamente. Anzi spesso non è neppure causa loro ma dei genitori, che hanno paura che non tengano botta nel mondo perché appartengono ad una generazione troppo fragile e immatura. Però non bisogna dimenticare che si diventa maturi gradatamente.
Oggi c'è una nuova generazione nella società che è matura nelle parole ma non nei fatti. Spesso ciò è causato da percorsi di formazione troppo lunghi. Sembra un diritto che l'università duri fino a 26-27-28 anni, invece è una fregatura perché questo genera una grande difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro. Mantenere questa marginalità sociale dei giovani dai 20 ai 30 anni che non lavorano e di cui si fanno carico le famiglie, è un fatto sociale inaccettabile.
C'è sicuramente una fragilità nella relazione, nell'identità, nella capacità di responsabilità di stare insieme, ma bisogna riconoscere che il tutto avviene in un contesto sociale dove esistono delle condizioni strutturali che mettono in difficoltà. Per cui l'incertezza del progetto di coppia è legata anche all'incertezza complessiva della situazione generale, dell'incertezza del lavoro per certe soluzioni di lavoro flessibile.
La difficoltà di costruire un progetto di lungo periodo spesso è anche motivata dalla mancanza di lavoro che spinge verso un progetto di vita autonoma in sostituzione di un impegno ad assumersi la responsabilità di una nuova famiglia.
Un'altra variabile culturale che ha a che fare con le difficoltà all'origine della coppia è la spinta all'autorealizzazione che si riscontra nella nostra società. Oggi si considera come valore principale l'affermazione dell'individualità e non si cerca la condivisione. La necessità avvertita dell'autorealizzazione mi spinge ad accettare l'altro purché non blocchi, non modifichi e non metta in pericolo il mio disegno, per cui l'autorealizzazione viene vista come libertà. Una persona trova il soddisfacimento solo dentro di sé: è come se si guardasse allo specchio. Nel momento dell'innamoramento cadono tutte le barriere mentali; il desiderio della persona è quello di restare il più a lungo possibile con l'altro e questo è il succo della natura della relazione di coppia. Provvidenzialmente la natura in questa fase di totale innamoramento folle ci fa desiderare che il voler stare insieme all'altro sia condiviso. Però la realtà è che oggi ogni persona è molto concentrata sul proprio io. Quindi è difficile fare un progetto di coppia senza mettere dei paletti: i paletti ci vogliono. Viene a proposito citare a questo punto un passo di una poesia sul matrimonio di Gibran che dice: "Datevi il cuore, ma l'uno non sia rifugio all'altro. Poiché soltanto la mano della Vita può contenere i vostri cuori. Ergetevi insieme, ma non troppo vicini: poiché il tempio ha colonne distanti e la quercia e il cipresso non crescono l'uno all'ombra dell'altro". Nel linguaggio della poesia vuol dire che quando uno ama non si deve annullare. Nel progetto della coppia ci sono dei problemi culturali che pongono dei limiti nei termini della relazione della coppia. Si deve ragionare che stare insieme vuol dire anche comunicare all'interno della coppia.
Un altro aspetto importante è che di fatto la coppia quando c'è, vive da sola ed è lo stesso problema che ha la famiglia oggi. Viene in mente il film "Caso mai" in cui viene fuori un racconto in cui nessuno dei personaggi si assume la responsabilità di un giudizio e di una previsione. Il Prete alla fine della Messa chiede ai presenti alla cerimonia chi si sente di garantire che quella coppia avrà un buon rapporto, una buona vita: nessuno osa alzare la mano, né gli amici, né i genitori, né la famiglia. Partendo da questa che sembra una buona descrizione della realtà, si può discuterne e fare una verifica: qui l'unico criterio della coppia è "io e te, tu e io".
Domandiamoci, tuttavia, come vivono le coppie. Vivono insieme agli amici, imparano dai genitori, vivono insieme alla famiglia, dentro la parrocchia. In molte situazioni avere un fidanzato è visto con una certa diffidenza e anche in ambito cattolico, come se quella coppia avesse fatto una scelta per cominciare a verificare e a sperimentare un progetto di condivisione. Gli altri guardano e dicono di stare attenti a non chiudersi.
Potremmo anche chiederci come si fa e da chi si può imparare come si vive in una coppia nella nostra società. Una volta si era più aiutati dalle relazioni familiari perché era più semplice prendere esempio dal funzionamento della propria famiglia. Oggi questa cosa è molto meno facile. Oggi capita spesso di sentire dei ragazzi, anche dei giovani papà, che dicono di non aver tanto l'idea di come fare il papà: ma poi in qualche modo lo farà, magari in modo diverso da come l'ha vissuto come figlio, perché non è stato contento.
Come si può accompagnare una coppia nel suo cammino, nello sperimentare come si possono superare le difficoltà? Come fa la coppia se vive nel deserto e non ha nessuno a cui riferirsi? Le difficoltà si scaricano solo sul singolo che può reagire, nel senso di prendere atto che si è in crisi. Non va più bene e allora perché continuare, perché sopportare un tradimento? Il tradimento può anche non solo essere quello dell'amore del partner, ma un tradimento delle aspettative che si avevano sulla persona. Ci si aspettava una persona dolce, ma quando si discute ci si accorge di una persona che ci appare completamente diversa da quella che ci si aspettava che fosse.
I tradimenti peggiori sono quelli legati all'amicizia: nell'amicizia si chiede soprattutto la fedeltà. Senza fare delle considerazioni di tipo teologico sulla fedeltà matrimoniale, si può dire che la fedeltà è un valore forte di cui tutti abbiamo bisogno nelle relazioni tra le persone. Ci dobbiamo fidare e affidare al collega di lavoro e anche con gli amici: è un valore che ci sostiene.
Oggi una giovane coppia da chi deve imparare? Sembra che di fatto i punti di riferimento siano la compagnia degli altri. Ci si fida degli amici con cui si è in relazione, ma ci sono gli amici dell'uno, gli amici dell'altro e gli amici comuni e si può discutere quali frequentare anche in rapporto al grado di cultura, al ceto di appartenenza, alla religione, ecc. Comunque la rappresentazione dei singoli e della famiglia passa attraverso tutto il mondo della comunicazione e tutto si può dire meno che cinema, televisione, pubblicità siano un corretto supporto al progetto di coppia. Quindi quando andiamo al cinema e guardiamo la televisione dobbiamo difenderci e saper giudicare avendo in mente ciò che è buono e cattivo. Non esercitando la facoltà critica e avendo dei referenti solo in quell'ambito, il modo di costruire un progetto di famiglia è caricato di incertezza. L'importante è testimoniare, è vivere, non c'è bisogno di buoni discorsi, ma un buon rapporto con i mezzi della comunicazione è una questione aperta.
Un progetto di coppia che venga desunto dai modelli della coppia e della famiglia che vengono presentati nella maggioranza delle trasmissioni, anche quelle con racconti normali, anche quelle per bambini, è certamente a rischio. Da questo punto di vista la domanda forte è quanto la comunità cristiana e quella parrocchiale siano capaci di accompagnare. Non si può delegare. Si deve educare all'affettività cominciando già dal tempo della cresima, imparare la relazione di coppia, imparare che l'amore è una cosa che va fatta nella fase storica normale della vita. Non è un semplice corso di preparazione al matrimonio che può bastare al momento di mettere su famiglia. La fatica di lavorare oggi con i giovani è far loro ricuperare il valore dell'altro.
Altra questione importante nell'educazione della coppia è che la coppia vive nel tempo: le cose nella vita delle persone cambiano continuamente. La qualità del rapporto di coppia si deve salvaguardare nel tempo: nella fase dell'innamoramento, della stabilizzazione, al limite anche della convivenza in prova prima del matrimonio. Poi nel farsi coppia sposata, nel farsi famiglia e quando arriva il primo figlio. Poi quando i figli vanno via da casa, dopo 20-30 anni di coppia. Quante cose sono cambiate!
Oggi a proposito dei figli i maggiori risultati ottenuti non sono vari riconoscimenti politici, ma quello di conoscere quanto costa un figlio. E' come se i figli fossero una scelta totalmente privata ed è giusto che la coppia privata ne sostenga il costo: vengono considerati un costo per la collettività e non un investimento. L'esempio dei figli serve a capire se facendo una scelta privata si contribuisce al bene comune. Allora la scelta del matrimonio per la coppia diventa un percorso che dovrebbe costruire un'alleanza tra questa scelta privata di amore da parte della coppia e la società.
Su questo tema si potrebbe aprire una finestra su valutazioni politiche: Ci tengo invece a chiudere con un'indicazione complessiva che diventa una sfida, nell'ambito della società ecclesiale, ad accompagnare le coppie una volta che si sono unite.
Un altro aspetto importante è l'educazione all'affettività che è un problema della preparazione immediata al matrimonio.
Un altro problema è la compagnia, perché una volta finito il viaggio di nozze, chiusa la porta, una delle difficoltà maggiori è che la coppia è sola. Bisogna allora ricuperare la condivisione: partecipare ad una riunione di famiglie in parrocchia, anche con bambini che scorrazzano. Anche in chiesa: una volta i bambini erano tutti attorno all'altare. Anche questo è un segnale di accoglienza delle famiglie e possibilità di condivisione. Bisogna in sostanza fornire strumenti per vincere il primo nemico che è quello della solitudine, che genera anche disperazione.
Si conclude con una citazione: "Il dono più prezioso che ho avuto dal matrimonio è stato questo continuo impatto con qualcosa di molto vicino e intimo e tuttavia sempre e inconfondibilmente altro". Questa è la bellezza e la difficoltà dell'esperienza della coppia.



Relazione di don Sergio Nicolli

Il grande problema, il grande malato. Al capezzale della famiglia, come se la famiglia stesse morendo. Ci sono vari giudizi attorno alla famiglia, ma certo il nostro intento è quello di collocarla al centro dell'attenzione. Per tanti aspetti la famiglia non è il solo problema, mentre la famiglia è la risorsa più grande per risolvere tanti problemi. Solo partendo dalla famiglia si può rispondere a molti problemi drammatici della società. Questa è una scelta dei cristiani e la scoperta della famiglia come risorsa è proprio nata dalla sofferenza.
Concentrando l'attenzione attorno alla famiglia si è quindi scoperto cha essa è la più grande risorsa soprattutto per la persona perché essa è insostituibile nella prima fase dell'esistenza: non basta essere messi al mondo, ma è importante scoprire che c'è qualcuno attorno a noi. L'esperienza di venire al mondo, di trovarsi subito tra le braccia di qualcuno, sentire il calore del contatto, sentire che si è importanti, sentire che c'è qualcuno che ci vuole bene, è senz'altro un'esperienza insostituibile e quando manca all'origine della vita, il percorso della vita stessa si fa molto più in salita. Può anche succedere talvolta che, quando manca quest'esperienza positiva all'origine della vita, pur attraverso percorsi di grande sofferenza, molti arrivino comunque a trovare una capacità più grande di amare. La più importante esperienza che si vive e che si impara in famiglia è senz'altro la "comunicazione". Prima di tutto si sperimenta l'essere amati e nella misura in cui si sperimenta di essere amati, di essere accolti, si diventa poi in grado di imparare questo aspetto della comunicazione che è imparare ad amare.
Tutta la famiglia è una risorsa prima di tutto per la persona, ma è anche una risorsa per la società. Soltanto all'interno della famiglia si apprendono quelle attitudini sociali alla solidarietà, all'attenzione agli altri; si ha la sensazione di non essere soli al mondo. Le cose apprese e sperimentate in famiglia si possono applicare alle relazioni nella società. Oggi si chiede allo Stato una maggior attenzione alla famiglia, che essa sia riconosciuta come soggetto sociale e come risorsa, come bene comune. Per venire incontro quindi ai disagi delle famiglie si deve agire soltanto in nome della famiglia stessa, anche dal punto di vista economico e sociale. Per costruire quello che ci vuole per un vero rinnovamento sociale, per un aiuto a trovare la strada, bisogna ripartire dalla famiglia.
La famiglia è poi una risorsa anche per la Chiesa. La Chiesa lo sta dicendo da qualche decennio, nei documenti ufficiali della fine degli anni sessanta, soprattutto nella "Familiaris Consortio" e in tutti i documenti successivi. La famiglia non va guardata soltanto come un problema, non merita l'attenzione della Chiesa perché è un problema: la famiglia va ricollocata al centro della Chiesa. E' una risorsa per la Chiesa che deve essere in grado di compiere la sua missione. Ripartire dalla famiglia è un modo di essere Chiesa.
Si deve anche riconoscere che la Chiesa di oggi sta correndo verso un sistema, per cui i sacerdoti devono lavorare per occuparsi di molte cose in più rispetto al passato. Si rischia di far diventare la parrocchia un'agenzia di servizi religiosi che garantiscono certi servizi dalla nascita alla morte. Così facendo viene a mancare la cosa più essenziale dell'essere Chiesa, che non è il compito di fornire servizi, non è l'organizzazione, ma è "comunione", che vuol dire "relazione". Quindi all'interno della Chiesa le famiglie sono chiamate, in comunione con i sacerdoti, a custodire il bene prezioso della relazione.
Il fare famiglia tra le 4 mura di casa porta poi ad esportare nella parrocchia lo stile di relazione e il clima che è proprio della famiglia e a far diventare davvero la parrocchia come una famiglia, una famiglia di famiglie. Oggi c'è un grande bisogno di relazione nella comunità, un gran bisogno di incontrarsi.
Essendo la famiglia una risorsa, pensiamo subito che cosa essa può fare. Oggi le famiglie sono sempre più attive nella vita parrocchiale e questo è un segno dei tempi. Però non si deve considerare che il compito delle famiglie sia quello di sostituire le energie sacerdotali che vengono meno. Non è un ripiego che si ricorra alle famiglie per alcuni servizi, come quello della preparazione dei fidanzati al matrimonio e alla famiglia.
Le famiglie non vanno giudicate per quello che fanno, perché ci sono delle stagioni in cui la famiglia non è in grado di fare nient'altro che vivere bene nella sede familiare e poi partecipare alla vita della comunità. Ma non sono in grado di svolgere certi servizi. Il sacerdote deve stare attento quando fa delle proposte, perché, quando i componenti della famiglia dicono di non aver tempo perché assorbiti da quanto devono fare all'interno della famiglia, egli deve ritirarsi in buon ordine,senza per questo pensare che quella famiglia non fa niente per la comunità.
Infatti la prima vocazione della famiglia è proprio quella dell'essere e non quella del fare. Quindi la famiglia deve vivere bene anzitutto le proprie relazioni familiari, in autentico benessere familiare, non benessere che viene dal denaro. Il benessere dello stare insieme, del vivere in positivo. La famiglia nell'essere sacramento dell'amore di Dio, deve rappresentare attraverso la sua vita quella che è la realtà e la giustizia di Dio.
A partire quindi proprio dall'identità teologica della famiglia, don Tonino Bello, un vescovo morto 6 anni fa, ha scritto tante cose sulla famiglia e ha scritto tra l'altro un bellissimo libretto di poche pagine che si intitola "La famiglia come laboratorio di pace". In esso chiama la famiglia "agenzia periferica della Trinità", come se la Trinità fosse la banca centrale il cui patrimonio viene amministrato dalle stesse famiglie. La sorgente, la radice della famiglia, è Dio, che non è quel triangolo con quell'occhio che spia il mondo perché non sa che cosa fare, ma è Lui stesso famiglia.
Non essendo un teologo, non sento qui il bisogno di fare grandi approfondimenti sulla Trinità. Mi basta sapere che la Trinità è famiglia e lo stesso don Tonino Bello quando parla della famiglia dice che Gesù quando parlava del Padre e dello Spirito Santo, in fondo ci stava rivelando e confidando un suo segreto di famiglia. Parlava della sua famiglia, quando Dio crea l'uomo lo crea con quella sua caratteristica fondamentale che è essere in relazione. Dio non è una realtà unica, sola, è famiglia fatta di Padre, Figlio e Spirito Santo e quando ha voluto creare l'uomo, l'ha creato con le stesse caratteristiche di fondo e l'ha creato in maniera tale che avesse nel suo interno come esigenza profonda quella di relazionarsi con gli altri.
La famosa frase "non è bene che l' uomo sia solo" non è una frase detta per dire solo che la solitudine è una disgrazia, ma è per dire che l'uomo non è fatto per essere solo. Questo vale sia per gli sposati che per i non sposati, vale per chi sceglie la vocazione nel matrimonio e vale per chi sceglie altre vocazioni nella Chiesa. Non siamo fatti per la solitudine, siamo fatti per la compagnia, siamo fatti per la relazione, per l'amicizia. La relazione più forte è proprio quella tra l'uomo e la donna che uniscono le loro vite: "i due saranno una carne sola". Ora, quando Dio crea l'uomo dice "facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza", e lo ribadisce ancora due volte: "a immagine di Dio lo creò", "maschio e femmina li creò". Il nostro essere maschi e femmine, uomini e donne, è l'impronta più forte che Dio ha lasciato nel nostro essere; è lo stesso DNA di se stesso che Dio ha messo dentro di noi: siamo fatti per la relazione.
Credo che sia importante (insisto su questo) perché così comprendiamo perché la famiglia nella comunità è una risorsa. E' un'immagine che mostra in maniera quotidiana, in maniera semplice, accessibile a tutti, il mistero di Dio che è comunione, di un Dio che chiama tutti a realizzarsi attraverso relazioni positive, relazioni interpersonali. Quindi potremmo dire che ogni famiglia è in qualche modo un'icona della Trinità. Se la famiglia mantiene questa sua radice in Dio, se mantiene il suo riferimento a Dio, che è famiglia, che è Trinità, diventa nella comunità una sorgente di comunione, una scuola continua di comunione, una scuola di relazioni.
Questo ci dice una prima cosa importante sulla collocazione di voi sposi nella Chiesa (e dobbiamo tenerlo presente e prenderne coscienza anche noi preti). Voi sposi avete un patrimonio prezioso dentro di voi, portate in voi stessi una ricchezza, che è una ricchezza divina.
Voglio chiarire che dicendo questo prescindo prima di tutto dal fatto che il vostro matrimonio sia un sacramento, perché tra tutti i sacramenti il matrimonio è l'unico che parte da una realtà precedente, alla quale viene aggiunto un altro significato in più. All'uomo e alla donna viene affidata una missione in più: prima ancora che i due siano uniti e l'unione diventi un matrimonio cristiano, l'amore tra loro diventa quasi di per se stesso un sacramento naturale, un segno naturale dell'amore di Dio , un disegno che il Creatore ha fin dall'inizio. E' importante tener presente che il matrimonio cristiano ci dà una marcia in più, ci dà un significato in più, ci affida una missione, ci fa assumere una responsabilità ancora più specifica nella comunità cristiana.
Rivolgendoci agli sposi diciamo: siete una ricchezza e lo siete perché vi volete bene di un amore totale, irreversibile, di un amore che accoglie. Dicendo questo non ci riferiamo solo alle famiglie "doc", cioè alle famiglie che rispondono a un disegno cristiano, ad un progetto cristiano. Quelle di cui guardandole dall'esterno diciamo: "Ecco, ci troviamo di fronte ad una bella famiglia, è qualcosa che comunica gioia, ci parla di futuro, ci proietta verso una speranza". Parliamo invece di tutte le famiglie, che sono una realtà importante e in cui come credenti dobbiamo riporre la nostra fede.
Leggendo nella storia di una qualunque famiglia dobbiamo riconoscere un disegno di Dio che la fa costruire su relazioni positive oppure permette che sia anche attraversata dalla sofferenza e dalla fatica della vita quotidiana o addirittura dal fallimento. C'è una ricchezza in quella famiglia che nemmeno il fallimento può spegnere. Allora possiamo accostarci in maniera diversa a tutte le situazioni difficili o a tutte quelle che il Direttorio definisce come situazioni irregolari (separati, divorziati o divorziati risposati).
Quando Dio si compromette con una storia, come avviene nel sacramento del matrimonio, quando Dio fa quest'alleanza, entra con complicità in una storia d'amore (mi piace ricordare questo proprio nel giorno di san Valentino con le precisazioni che faceva Francesco Belletti: c'è molto consumismo, ma sotto c'è anche qualcosa di bello, di reale). Dio si impegna fino in fondo, non resta alleato di quella coppia soltanto quando la coppia rispecchia un disegno cristiano. La coppia vive al meglio questa sua identità, quando è felice, quando è al servizio della comunità. Ma rimane fedele a questa storia anche quando percorre i meandri tortuosi di una vicenda familiare, magari anche segnata dalla difficoltà, perché esiste una conflittualità che fa parte comunque del divenire di una coppia. Persino quando la coppia è attraversata dalla sofferenza, Dio rimane in quella storia e la fa rimanere una storia sacra, una storia di salvezza perché è abitata da Dio, non per la nostra santità, ma per la santità di Dio. E' importante che a questo crediamo noi sacerdoti e che ci crediate voi sposi. Qualunque sia la condizione della vostra famiglia, sentite che Dio è vicino e in questo modo la vostra famiglia, comunque sia, è una ricchezza nella comunità. Partendo da questo allora il problema è liberare questa ricchezza; deve scoprirla per prima la famiglia ed esserne riconoscente a Dio.
Dovete quindi cercare di liberare in qualche modo questa ricchezza e credo che l'impegno primo della Chiesa oggi sia quello di aiutare le famiglie a riconoscerla, a liberarla e farla diventare davvero una risorsa, un bene comune, che trasforma la comunità, che cambia la vita sociale e cambia anche la vita ecclesiale.
C'è un numero del catechismo della Chiesa Cattolica, il 1534, che dice una cosa importante. Sempre all'interno di questo discorso dice che la famiglia è una risorsa della Chiesa, dice che due sacramenti (Ordine e Matrimonio) sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono alla salvezza personale questo avviene attraverso il servizio di altri, conferiscono una missione particolare della Chiesa e servono all'edificazione del popolo di Dio. Questi due sacramenti vengono messi sullo stesso piano.
In un passato non lontano si pensava che i preti sono al servizio di tutti, della comunità; che le suore, i frati, chi si consacra con una vocazione speciale, sono al servizio della comunità; ma si pensava che il matrimonio, tutto sommato, fosse un fatto privato. Si pensava che chi si sposava aveva una chiamata a vivere delle relazioni belle all'interno della famiglia, ma si pensava che il matrimonio diventasse una risorsa perché metteva al mondo dei figli, che contribuissero a costruire la Chiesa e a rafforzare la società.
E' invece un fatto nuovo pensare al matrimonio, soprattutto al matrimonio cristiano, come a un sacramento che è ordinato alla salvezza altrui. Allora, quando due persone si innamorano e poi, attraverso i percorsi del fidanzamento, si conoscono e si accettano anche con i propri limiti e arrivano a decidere un progetto di vita comune, vuol dire che celebrando il sacramento non si limitano a coronare il loro sogno di coppia, ma rispondono ad una chiamata di santità nella comunità.
In questo senso io mi sento di affermare che il matrimonio cristiano è una scelta radicale e dobbiamo sottolinearlo sempre di più ai nostri fidanzati quando li prepariamo al matrimonio. Oggi non ci si può sposare in chiesa per istinto, ci si innamora e si va a finire lì: è troppo riduttivo. Oggi si può affermare che sposarsi da cristiani significa andare controcorrente e non occorre dimostrarlo perché c'è una diffusa cultura che dice di andare dove porta il cuore, scegliere una strada spontanea. Ci si può però anche trovare in mezzo ad una grande sofferenza e magari fallire in un progetto che si era fatto con grande entusiasmo e con grande voglia di futuro.
Mi sento quindi di riaffermare che il matrimonio cristiano è una chiamata al servizio della comunità ed è in qualche modo anche una consacrazione speciale, una vocazione che va controcorrente ed è una chiamata radicale alla vita evangelica. E' una strada che porta ad un genere di formazione diversa e che porta le coppie anche ad essere più consapevoli di avere una chiamata di servizio, che non è una chiamata al fare ma all'essere prima di tutto. Poi ci potranno essere le stagioni in cui la famiglia è anche in grado di fare.
Questo numero del catechismo della Chiesa cattolica ci dice poi una seconda cosa: servono Ordine e Matrimonio per l'edificazione del popolo di Dio. Vuol dire che non si costruisce efficacemente il popolo di Dio, non si costruisce la Chiesa solo con il sacramento dell'Ordine, ma lo si costruisce con il sacramento dell'Ordine e con il sacramento del Matrimonio.
In qualche modo si può dire che la Chiesa del passato ha un po' zoppicato: i preti erano quelli che seguivano la comunità e le famiglie erano oggetto del loro servizio. Oggi è invece importante riaffermare che sacerdozio ministeriale e ministero coniugale sono finalizzati a costruire la comunità. Se manca uno di questi due ministeri non si costruisce la Chiesa oppure si costruisce una Chiesa che manca di qualche ingrediente e non è in grado di testimoniare. Perché la Chiesa sia davvero un famiglia ci vuole l'apporto degli sposi e l'apporto dei preti. Oltretutto da anni ormai c'è un'esperienza nella Chiesa odierna molto significativa, dove sacerdoti (comprendendo anche i religiosi che contribuiscono per la loro parte in quest'ottica) e sposi si mettono insieme, si ascoltano reciprocamente, si illuminano vicendevolmente. Queste due vocazioni incontrandosi hanno ambedue da guadagnare: gli sposi stando a contatto con i sacerdoti e i sacerdoti stando a contatto con gli sposi. Un sacerdote più sereno, con una vita di relazione più calda, è più capace di diffondere comunione.
Questa è una scoperta che passa attraverso quella realtà di oggi che sono i gruppi famiglia e in questo momento viene anche sperimentata attraverso un progetto specifico, un progetto parrocchia-famiglia, dove gli sposi vengono chiamati a collaborare in maniera più stretta alla costruzione della comunità. Comunque si sta dimostrando che nella realtà pastorale dove sono al servizio insieme sposi, sacerdoti e religiosi consacrati si sta costruendo davvero qualcosa di bello: tra chi è chiamato all'amore attraverso il matrimonio e chi è chiamato all'amore attraverso una scelta di servizio e di fecondità.
Posso dire che uno degli eventi più interessanti, dal quale io mi aspetto di più in quest'anno, è costituito dal seminario per i rettori dei seminari: l'obbiettivo è quello di aiutare i seminaristi, quindi chi si prepara al sacerdozio. Un discorso analogo va fatto anche per i religiosi per aiutarli a formarsi nelle tematiche delle pastorali familiari, nella teologia del matrimonio. Aiutare sacerdoti e religiosi a crescere e a formarsi a lavorare insieme con gli sposi, a stimarsi reciprocamente, vuol dire valorizzare Ordine e Matrimonio, pur nelle loro diversità, e arricchire la Chiesa. L'anno scorso Francesco Belletti, con tutto il suo CISF, ci ha aiutato a fare una verifica molto importante nella Chiesa italiana. A 10 anni dalla pubblicazione del Direttorio sulla Pastorale Familiare, ci siamo interrogati come sta la pastorale familiare oggi in Italia. Ha risposto il 65% delle Diocesi, corrispondente però al 90% della popolazione e sono venute fuori delle cose interessanti su cui il CISF sta lavorando, anche in vista della pubblicazione di un testo e sulle quali Francesco Belletti avrebbe tante cose da dirvi oltre a quello che vi ha detto oggi. Alla fine di questo percorso di ricerca abbiamo fatto un convegno ad Acireale in Sicilia dove sono stati invitati tutti i responsabili della Diocesi, sacerdoti e sposi e sono emersi alcuni nodi che io vi comunico in maniera molto essenziale per non occupare troppo tempo. Questi sono i nodi essenziali della pastorale familiare oggi, attraverso i quali la famiglia può davvero diventare una grande risorsa della Chiesa.
Il primo nodo è che oggi c'è bisogno che si diano da fare tutti, sposi e preti, per aiutare le famiglie a scoprire questa ricchezza che hanno dentro di loro. In questa direzione io sono molto ottimista perché vedo che quanto più si fa un discorso in positivo, aiutando le giovani coppie di fidanzati, ma anche gli sposi giovani, a scoprire questa ricchezza, tanto più esse si sentono invogliate anche a fare dei cambiamenti, a dare un'impronta alla loro vita familiare tale da farle compiere un salto di qualità, a tutto vantaggio non solo loro, ma anche della Chiesa.
Il Papa nella "Familiaris Consortio" aveva detto "famiglia, diventa ciò che sei", cioè esprimi la ricchezza che hai dentro di te. Vent' anni dopo, quando due anni e mezzo fa il Papa ha beatificato la prima coppia di sposi della storia della Chiesa, Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, è andato un po' più a monte e ha detto "famiglia, credi ciò che sei". Allora io credo che uno degli obbiettivi principali della pastorale familiare oggi sia proprio questo: aiutare le famiglie a credere in quello che sono, a credere nel mistero di Dio che vive nella loro realtà quotidiana. Ci vuole quindi una formazione alla spiritualità coniugale e familiare che porti veramente le famiglie a scoprire quello che sono.
Quando si parla di spiritualità non si dice spiritualismo e cioè si parla di una cosa che non va cercata in alto, ma nella vita di tutti i giorni. Spiritualità vuol dire vita secondo lo spirito, quindi una ricerca di stile di vita delle famiglie che sia in conformità ad un disegno di Dio. Non è soltanto preghiera, ma è anche ascolto, qualità diversa nelle relazioni, impegno nella comunità e consapevolezza di questa ricchezza che c'è in ogni famiglia.
Un secondo nodo importante credo che rimanga la preparazione al matrimonio. Sono contento di aver visto qui questo bellissimo testo della vostra diocesi, tra l'altro con un titolo indovinatissimo: "Due Cuori una Chiesa". E' un nodo essenziale, dieci anni fa quando i vescovi pubblicavano il Direttorio della Pastorale Familiare, hanno detto una cosa in un certo senso molto dura, che metteva alle strette. Dicevano che la pastorale prematrimoniale era arrivata ad un bivio, ad una scelta: o rinnovarsi profondamente oppure diventare insignificante e ininfluente. Non so quanto sia stata rinnovata, ma sicuramente ci sono oggi in molte chiese delle esperienze belle, molto forti di preparazione al matrimonio, ma riguardano ancora solo una minoranza dei casi.
Io credo che se, allora si era di fronte a quella scelta, oggi lo si è ancora di più. Per il semplice fatto che, pur limitandosi a cifre approssimative, oggi ancora 7 coppie su 10 si sposano in chiesa. Quando si legge che a Milano i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi si deve pensare a questo dato con un po' di attenzione, perché non è reale, in quanto molti dei matrimoni civili sono seconde nozze, sono matrimoni di divorziati. Non solo ma in alcune regioni per accedere ai contributi e ai sussidi per sposarsi domandano di essere sposati civilmente. Allora per esempio nella mia regione ci sono diverse coppie di fidanzati che si sposano civilmente perché così accedono ai contributi provinciali per farsi la casa o il mutuo e poi si sposano in chiesa e solo dopo il matrimonio religioso vanno a vivere insieme.
Credo però che nella media nazionale siamo su queste cifre: su 10 coppie che si sposano ancora 7 si sposano in chiesa. Però di queste 7 coppie che si sposano in chiesa, quante vanno in chiesa ogni domenica e vivono con una certa partecipazione alla vita ecclesiale? Forse una coppia, una e mezza, per essere generosi due, per salvarsi dal pessimismo. Allora se 2 sole di queste 7 coppie si possono considerare "praticanti", cioè praticano la vita cristiana attraverso la frequenza ai sacramenti, vuol dire che ci sono ormai 5 coppie su 7 che vivono lontane dalla fede e dalla partecipazione ecclesiale, lontane dalla fede perché conservano si e no un ricordo vago della catechesi dell'infanzia, di quando erano chierichetti. Però dalla cresima in poi non hanno più avuto alcuna formazione e sono ormai lontane dalle fonti attraverso le quali si può crescere nella fede.
Questo costituisce per noi una grande responsabilità: vuol dire che, su 7 coppie che vengono a percorrere l'itinerario per la preparazione al matrimonio, 5 sono ormai ai margini. Abbiamo dunque la grande responsabilità di contribuire a far vivere quell'esperienza come un'esperienza di riscoperta della fede e anche di riscoperta di una Chiesa diversa. Questa responsabilità è reale, non soltanto ideale, perché queste coppie stanno con noi per un tempo significativo: infatti ormai anche i corsi più brevi di preparazione al matrimonio arrivano a 6/7 incontri, ma in genere anche di più. Inoltre questi incontri avvengono in un momento significativo della loro vita perché l'innamoramento è in qualche modo aperto al mistero: c'è in tutti l'esigenza di capire che è successo qualcosa che non si è provocato o progettato, c'è qualcosa di misterioso nell' innamorarsi di una persona piuttosto che di un'altra. Per le coppie questo è dunque un momento che si apre alla dimensione del mistero ed è quindi un momento particolarmente fecondo.
Noi però non possiamo dire che insegniamo l'ABC della fede cristiana, ma non possiamo neanche rinunciare a riuscire a far scoprire a queste 5 coppie cristiane (e sarebbe già tanto) una Chiesa diversa e un Dio diverso. Dovremmo cioè riuscire a convincerli che, nella condizione di innamorati in cui stanno vivendo, un Dio ed una Chiesa hanno qualcosa di molto bello da dir loro. Sarebbe già molto che almeno cambiassero idea rispetto alla Chiesa del passato che quando si trovava davanti a due innamorati era solo lì per stabilire dei paletti dicendo che ci sono grandi pericoli e grandi rischi, che devono stare attenti che questo si può fare e quello no. C'è l'idea di una Chiesa che limita l'amore, c'è persino l'idea di un Dio che è nemico dell'amore umano. Bisogna invece riuscire, attraverso questo percorso di preparazione al matrimonio, a far scoprire che Dio è alleato dell'amore umano e che se domanda anche la fatica e la dimensione della Croce è proprio per rendere l'amore più grande, per difenderlo dalle banalizzazioni, perché diventi un'esperienza più gioiosa, più piena. Si dovrebbe riuscire a far questo per far capire agli sposi il valore di una scelta che stanno per fare sposandosi in chiesa, una scelta che può dare qualità e spessore alla loro relazione di coppia. Può anche far trovare le motivazioni per una stabilità che altrimenti non ci sarebbe, se il matrimonio fosse solo fondato sui sentimenti e sull'innamoramento. Questa è una grande occasione che non si deve perdere.
Alla pastorale prematrimoniale bisogna quindi garantire le risorse migliori, perché questa è un'occasione missionaria che non durerà molti anni, come si può già vedere in molto paesi europei, dove ormai sono soltanto più i credenti, praticanti che domandano il matrimonio cristiano. Dopo saremo costretti ad andare a cercare facendo un'azione missionaria, andando a scovare le coppie chissà dove, mentre adesso le abbiamo a portata di mano per molte volte: oggi per la preparazione al matrimonio, poi quando chiederanno il battesimo, quando presenteranno i figli per il percorso di catechesi. Non possiamo soltanto dare le risposte che loro domandano: dobbiamo dare di più. Domandano il battesimo? Diamo ai genitori una preparazione. Domandano la catechesi per i loro figli? Offriamo la possibilità di accompagnare i genitori perché così abbiamo la possibilità di essere educatori alla fede.
Arriva qui il terzo nodo problematico, che è la terza opportunità che la pastorale familiare ha davanti oggi: è il tema della formazione permanente delle giovani coppie. Non basta prepararli bene al matrimonio, bisogna sostenerli, accompagnarli, essere vicini a loro in quella che è la fase più critica della loro storia d'amore. Oggi infatti non c'è più la crisi del settimo anno, perché le coppie, quando arrivano al settimo anno, vanno anche oltre. Però il dato che portava prima il Cardinale è drammatico: il 60% delle coppie che falliscono, falliscono nei primi 3 anni di matrimonio. Questo vuol dire che quella è la fase in cui le coppie hanno più bisogno di accompagnamento. E' anche stato dimostrato che si riesce ad accompagnare le coppie nei primi passi del matrimonio, nei primi mesi e nei primi anni, solo se c'è stata una preparazione intelligente che le ha rimotivate. Però è anche vero che dobbiamo tentare di tutto per offrire loro occasioni formative e sostenerli in due dimensioni. La prima è la dimensione di coppia perché i giovani continuino a crescere come coppia.
C'è una bellissima lettera di due anni fa del cardinal Martini ai genitori. In essa il cardinale dice ai giovani: "abbiate cura del vostro essere sposi". Infatti molte volte quando si diventa genitori ci si dimentica di essere sposi e dopo 20 anni ci si può facilmente trovare con la sindrome del "nido vuoto". Si è stati insieme soltanto perché si avevano da tirare su dei figli, però la coppia non è cresciuta. Bisogna che gli sposi riservino per loro degli spazi di crescita, degli spazi di riflessione, di verifica, prendendosi sempre i tempi necessari per litigare quando è necessario. Oggi uno dei problemi è che i piccoli conflitti della vita quotidiana vengono rimossi perché non si trova il tempo di affrontarli: c'è anche la televisione che pensa a coprire tutti gli spazi possibili. E' quindi necessario aiutare la coppia a mantenersi coppia, a crescere, a coltivare la propria relazione.
Una seconda dimensione è aiutare i giovani a crescere come giovani. C'è oggi un grande disorientamento e forse è questa una prospettiva della pastorale familiare ancora quasi inesplorata. Bisogna quindi sostenere l'impegno dei giovani, aiutarli a credere nell'importanza dell'impronta che loro lasciano nei figli, nel bene e nel male: sottolineare la responsabilità che loro hanno, soprattutto quella primaria di educare alla fede con l'aiuto della comunità, non da soli, perché la famiglia non può chiudersi in se stessa. Questo deve essere un impegno forte della pastorale familiare.
Per quanto riguarda la preparazione al matrimonio, si sta scoprendo sempre più che è tardi fare certi discorsi ai fidanzati quando arrivano a chiedere la preparazione al matrimonio: ormai il progetto di vita è già implicito o esplicito. Per questo motivo è urgente che la pastorale familiare, per quanto riguarda la preparazione al matrimonio, sia in dialogo con la pastorale giovanile perché in tutta la vita, a partire dall'infanzia, è soprattutto nell'adolescenza, nella prima giovinezza, che si aiutano le persone a maturare una capacità e una corretta concezione della vita. Un convegno nazionale verrà realizzato mettendo insieme Pastorale Familiare, Pastorale Giovanile e Pastorale Vocazionale, proprio sul tema dell'educazione all'amore. C'è da sperare inoltre che a livello diocesano, dopo essersi incontrati, ci sia più collaborazione tra queste tre Pastorali.
Avvicinandomi alla fine di questa mia esposizione voglio ricordare un'altra curiosità che riguarda le situazioni di sofferenza. Rispetto a 10 anni fa è cambiata la considerazione che si ha delle situazioni di difficoltà della coppia, della coppia in crisi, che non veniva tenuta in grande considerazione. Si pensava che quando la coppia era in crisi quello non era un problema della Chiesa, ma andava affrontato dai consultori, dagli psicologi, agli specialisti. Adesso ci si sta accorgendo sempre di più che invece è un problema che deve interessare la Chiesa. Le coppie in crisi hanno bisogno di dialogo e devono essere accompagnate da persone informate e preparate. Bisogna cioè che la Chiesa affronti il problema. Il primo aiuto che può dare è quello di affermare già fin dalla preparazione al matrimonio che l'insorgere di una crisi è da mettere in conto perché attraversa quasi tutte le storie di coppia. Può esistere un momento particolare in cui si mette in dubbio che un matrimonio possa durare. Si deve diffondere l'idea che quello può essere un momento delicato in cui il matrimonio può fallire, ma può anche essere un momento provvidenziale in cui la coppia può fare un salto di qualità. I momenti in cui nel matrimonio può sembrare di perdersi reciprocamente possono diventare i momenti più belli, perché, una volta affrontate e chiarite tante cose, la relazione di coppia può proseguire su basi più solide.
Quindi si deve riflettere che la crisi di coppia può anche esistere, non si può escludere un conflitto all'interno della coppia, ma si deve imparare a litigare bene, a litigare in maniera costruttiva, a vivere il conflitto solo come un momento di crisi, una tappa del percorso di coppia. A questo proposito c'è una coppia piemontese che è responsabile di un'iniziativa recentissima, di qualche anno, che si propone di offrire il proprio aiuto a coppie che hanno l'impressione che il loro amore stia attraversando un momento di crisi. Si rivolge a coppie separate, a coppie sull'orlo di una separazione, o con la separazione già in atto, che però vogliono fare l'ultimo tentativo per vedere se si può ricuperare una storia che ha anche dei bei ricordi del passato. Le esperienze fatte finora hanno sperimentato che quasi tutte le coppie che sono passate attraverso quest' esperienza, hanno continuato e fatto il salto di qualità. Oltre all'attenzione alla crisi di coppia, dobbiamo avere attenzione anche a quelli che sono passati attraverso il fallimento del loro matrimonio. Dobbiamo credere che anche quelle continuino ad essere storie di salvezza, storie sacre, perché sono storie abitate da Dio. Il problema quindi non è semplicemente quello di dare o non dare la comunione ai divorziati risposati (perché non esiste il problema per quanto riguarda i separati e i divorziati, ma solo per i divorziati risposati), non deve essere questo il solo problema. Nelle comunità cristiane ci deve essere una maggior attenzione a queste situazioni e ci deve essere un accompagnamento e un'accoglienza che sia veramente improntata alla misericordia e alla fiducia: anche nelle storie più tormentate c'è una ricchezza che può essere messa al servizio della comunità.
Nella Diocesi di Trento l'esperienza più forte che mi ha dato maggior ricchezza è stata quella dell'accompagnamento di un gruppo di separati. Ad alcuni di essi ho anche proposto di fare dei corsi di preparazione al matrimonio insieme ad altre coppie. Queste persone sono dei capolavori della grazia di Dio scolpite attraverso la sofferenza. Esse diventano un segno, quasi un sacramento della fedeltà di Dio, anche là dove l'altra parte se ne è andata per la sua strada.
Per tutto questo è importante formare degli operatori, che siano apostoli nella comunità: sono sacerdoti, religiosi, sposi. Bisogna formare delle persone che si facciano carico di questo accompagnamento della famiglia nelle sue stagioni e so che anche la vostra diocesi si sta muovendo in questo senso. Questa prospettiva, questa ricchezza, che c'è anche nella vostra diocesi, è una garanzia per guardare con speranza alle famiglie di domani.
Io sono molto ottimista perché mi sembra di vedere che oggi ci sono delle belle famiglie, anche giovani, che testimoniano e che sono i primi fili d'erba di una stagione invernale che annuncia che si sta passando alla primavera. Credo cioè che abbiamo motivo di guardare avanti, che davvero questi fili d'erba verde viva ci dicono che, come ha sottolineato il Papa nella Lettera alle Famiglie, la famiglia è oggi la via della Chiesa. Ripartendo dalla famiglia la Chiesa può ritornare ad essere quel seme fecondo che fa fermentare anche le nostre comunità.