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Sant' Arialdo di Milano Diacono e martire
27 giugno
Emblema: Palma
Arialdo nacque a Cucciago (Como), poco dopo l'anno 1000, sembra da una famiglia
di valvassori, originaria, secondo alcuni, del vicino villaggio di Alzate Brianza,
secondo altri di Carimate, paese ugualmente nei dintorni di Cucciago, donde
l'appellativo "da Carimate" aggiunto al nome del santo. Ben presto avviato
dai genitori alla vita ecclesiastica, Arialdo fu dapprima istruito da maestri
locali nelle arti del Trivio e del Quadrivio, e successivamente perfezionò
i suoi studi presso scuole superiori, di tipo universitario. Non si sa con
certezza quali centri di studio egli abbia frequentato (forse anche Parigi):
è certo, però, che in quel tempo venne a contatto col moto della riforma,
di ispirazione cluniacense, detta poi Gregoriana, per l'impulso datovi
da Gregorio VII.
Ritornato a Milano in età già matura poco prima del 1050, venne ordinato diacono
dall'arcivescovo Guido da Velate (1045-1071), aggregato alla cappella
arcivescovile ed incaricato dell'insegnamento delle arti liberali nella
scuola per i giovani aspiranti alla vita ecclesiastica, aperta presso la
cattedrale iemale di S. Maria.
Fu allora che Arialdo prese a colpire con la sua ardente parola, non solo la
simonìa ma soprattutto il grave abuso di ammettere agli ordini sacri persone
già sposate e di permettere loro la continuazione della vita coniugale.
L'abuso della clerogamia, definita polemicamente dai propugnatori della riforma
"concubinato del clero", era così radicato nell'Italia settentrionale
(probabilmente sotto l'influsso di costumanze orientali), da costituire
una prassi generale, e, successivamente, negli anni più cruciali della lotta
per la riforma gregoriana, esso venne difeso ufficialmente come una libertà
della Chiesa ambrosiana.
Visto lo scarso successo della predicazione riformatrice fatta in mezzo al clero,
Anselmo da Baggio, A., i fratelli Landolfo Cotta ed Erlembaldo ed altri, gettarono
le basi di una associazione vera e propria di buoni popolani, che si impegnavano
a favorire la riforma. La nuova società venne detta con disprezzo dagli avversari
Pataria (dal vocabolo dialettale milanese patée adoperato per designare i
venditori di cianfrusaglie usate, e sinonimo perciò di straccioni).
La Pataria, oltre a quello religioso, perseguiva anche altri fini: e cioè
l'indipendenza dalla tutela degli imperatori germanici e la lotta contro il
feudalismo. Così si spiegano sia certe asprezze della lotta, sia anche gesti
ingiusti compiuti da qualche elemento torbido che talora riusciva ad infiltrarsi
anche nei movimenti migliori, per compiere vendette personali o per sfruttare
situazioni a proprio vantaggio.
I seguaci della Pataria, sotto la guida di A., divenuto capo del movimento,
assieme a Landolfo Cotta, dopo la nomina di Anselmo da Baggio a vescovo di Lucca
(1057), fecero approvare un proclama de castitate servarlda, da far
sottoscrivere a tutti i membri del clero.
Arialdo e Landolfo Cotta, scomunicati dai vescovi della provincia lombarda,
ricorsero a Roma che li assolse ed inviò i suoi legati per ben due volte:
alla fine del 1057, Anselmo da Lucca ed il monaco Ildebrando, nel 1059 Pier
Damiani e ancora Anselmo da Lucca, i quali ottennero dall'arcivescovo Guido
promessa formale di attuare anche a Milano la riforma.
Arialdo, dal canto suo, aveva organizzato una comunità di chierici esemplari
con la forma giuridica dei canonici regolari, costruendo per loro un'abitazione
comune, detta "la Canonica", accanto ad una chiesa dedicata alla Vergine Maria,
situata nella zona dell'attuale piazza Cavour. Profondamente imbevuto di senso
liturgico, A. biasimò con una certa vivacità sia l'uso di anticipare al mattino
del sabato santo le funzioni della notte santa di Pasqua, sia anche l'uso
di celebrare le Litanie Minori, in quanto in contrasto con lo spirito di letizia
proprio del tempo pasquale.
Nel frattempo, nel 1061 era divenuto papa, col nome di Alessandro II, Anselmo
da Baggio, uno dei fondatori della Pataria, il quale aveva nominato Erlembaldo
gonfaloniere di Santa Romana Chiesa. La lotta a Milano si riaccese furibonda e
culminò nella festa di Pentecoste del 1066 (4 giug.), quando in Duomo
l'arcivescovo Guido, pubblicamente ribellatosi alla scomunica papale,
recapitatagli da Erlembaldo, si scagliò contro A. e i suoi seguaci e,
sfruttando abilmente il campanilismo milanese, riuscì a farli scacciare dalla
città. A. si mise in viaggio segretamente per Roma, accompagnato da Erlembaldo:
fermato e tradito dai partigiani di Guido, venne condotto
nel castello di Angera, dominato da Oliva, nipote dell'arcivescovo. L'empia donna
fece condurre A. in uno degli isolotti del Lago Maggiore, e il 27 giug. 1066,
dietro suo ordine, Arialdo venne assassinato da due preti scellerati che fecero
scempio del suo cadavere.
Erlembaldo in seguito riportò a Milano il corpo del suo amico e, durante la festa
di Pentecoste del 1067, lo fece seppellire nella chiesa milanese di S. Celso.
Nello stesso anno papa Alessandro II, che a quanto pare già annoverava Arialdo
tra i martiri, moderò gli eccessi di zelo dei Patarini inviando a Milano
una legazione che assolse Guido dalla scomunica, avendo egli promesso di
attuare la riforma.
Le reliquie di s. Arialdo, trasferite nel 1099 dall'arcivescovo Anselmo
da Bovisio nella chiesa di S. Dionigi, accanto a quelle di Erlembaldo, e poi,
nel 1528, nel Duomo, furono ritrovate e solennemente ricomposte nel 1940 dal
cardinale Ildefonso Schuster.
Il culto locale di s. Arialdo è stato approvato con la formula "sanctus vel
beatus nuncupatus" dalla S. Congregazione dei Riti, con decreto del 12 luglio 1904
(approvato da Pio X il giorno successivo), e successivamente il 25 nov. dello
stesso anno furono approvati l'Ufficio e la Messa propria del santo.
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